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mercoledì 28 ottobre 2020

Recensione: Le montagne della follia di Howard P. Lovecraft

 




Sinossi:
"Artista geniale e spietato indagatore del lato oscuro dell'animo umano, Lovecraft è, insieme ad Edgar Allan Poe, il padre della narrativa gotica americana, uno degli autori più affascinanti di tutti i tempi. 'Le montagne della follia' è il suo romanzo più avventuroso, quello dove il genere dell'orrore trova nella dimensione psicologica il luogo da pervadere con un senso di inquietudine sottile e contagioso. Ambientato in Antartide, 'Le montagne della follia' racconta le gesta di una spedizione scientifica alle prese con reperti vecchi di milioni di anni; vestigia di un'antichissima civiltà, scomparsa da millenni, custodite da esseri che, giunti sulla Terra dalle profondità del Cosmo, sono tornati alla vita dopo un lungo periodo di ibernazione. Nel sottosuolo antartico, i protagonisti della vicenda vivranno una serie di avventure da incubo, eventi talmente terrorizzanti da spingere i membri della spedizione sull'orlo della pazzia. Lovecraft, mettendo in scena la sua originale visione del Cosmo, tesse una trama avvincente, catapultando il lettore in un mondo visionario e fantastico dominato dalla paura e dall'orrore." (dall'introduzione di Carlo Lucarelli)

Recensione:

 Dopo tanti anni ho deciso di rileggermi Le montagne della follia di Howard Phillips Lovecraft. Nel lungo periodo trascorso dalla prima lettura ad oggi il mio rapporto con il solitario di Providence è molto mutato. 
Ammetto che una ventina di anni fa gli scritti dell’autore non mi avevano impressionato più di tanto. Sono conscio di attirarmi non poche antipatie con questa confessione, posso però sperare di stemperarle affermando che nel frattempo ho cambiato decisamente opinione, riconoscendo all’autore il potere di aver influenzato un numero incalcolabile di scrittori, creando un immaginario sterminato e dal fascino irraggiungibile. 
Di Lovecraft adoro proprio la capacità di evocare ambientazioni, miti, credi e immagini dalla potenza dirompente. 
Per chi, come me, crede che la realtà sia composta da qualcosa che va ben oltre i miseri sensi umani, le mostruosità accompagnate spesso da un’indifferenza spietata verso l’uomo, evocate dall’autore non possono che risultare simboli archetipici maestosi e dirompenti, delle vere e proprie eggregore capaci di perpetuare se stesse nell’immaginario collettivo, di generazione in generazione, finendo con l’intrufolarsi in centinaia e centinaia di opere, o anche semplicemente influenzandole inconsciamente. 
Da scrittore me ne rendo conto perfettamente, e la loro potenza è spaventosa e al contempo affascinante. 
Ne Le montagne della follia, Lovecraft rimane fedele a se stesso, lasciando ampio spazio all’immaginazione del lettore, coinvolgendolo e calandolo in ambienti surreali, alieni, fatti dal riverbero di un sole accecante sul ghiaccio del polo sud, sui blocchi megalitici di città vuote, immani altari a divinità perdute, ma la cui presenza letale è sempre incombente, sempre a un passo dal manifestarsi nuovamente. 
La narrazione assume toni sempre più concitati, a mano a mano che l’ansia del narratore sfocia pericolosamente vicina al mare della follia in cui naufraga la spedizione nell’Antartide. Condizioni climatiche estreme e vette di ghiaccio talmente elevate che dovrebbero condurre direttamente al Paradiso, e che invece calano la spedizione nei meandri di un passato remoto e inspiegabile, fuori asse, così come finiscono fuori asse le menti dei componenti la spedizione, incapaci di concepire architetture così inclassificabili e scalene, e reperti inclassificabili al punto da non riuscire neppure ad attribuirli al regno animale o a quello vegetale. 
Che dire, un classico che non può mancare in nessuna biblioteca, anche se a mio avviso va letto conoscendo la cosmogonia caratteristica dell’autore per apprezzarlo appieno. 
Consigliatissimo.


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