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giovedì 10 maggio 2018

Disfida nr. 63: Vita di paese di Maria Caterina Basile


romanzo di formazione




Titolo: “Vita di paese”


Editore: Nulla Die

Formato: cartaceo

Genere: romanzo di formazione

Prezzo: 10,00 euro


Sinossi: 

Vita di paese racconta la storia di Damiano Pellegrino, trentacinquenne che, dopo diciassette anni passati a lavorare come barista in Svizzera, ritorna nella sua terra, il Salento.
Si tratta di una decisione improvvisa, motivata da una crisi profonda alla quale egli vuol mettere fine una volta per tutte. Stanco di vivere nell’incessante rimorso di non essere stato al fianco del padre la mattina che quest’ultimo era stato colto da un infarto, Damiano si mette al volante e torna al suo paese, Miraggio.
La prima persona che incontra è il suo professore di italiano alle medie, don Carlo Brigante, il quale lo aveva sempre spronato a continuare gli studi ed a coltivare il suo talento di scrittore. Damiano è sorpreso nel constatare che l’uomo non solo non ha smesso di credere in lui, ma addirittura si aspetta ancora che scriva il libro della sua vita.
Una forza misteriosa pare voler portare il protagonista a liberarsi dal rimorso che lo ha condannato alla fuga dalla terra natia e da se stesso. Pur tentando di continuare a vivere in completo isolamento, dormendo di giorno e vagando nella notte in preda a sconnessi soliloqui, pian piano egli comincia a guardarsi con occhi nuovi: quelli pieni di pietà e misericordia di chi lo circonda. Nei pochi mesi passati al paese è travolto da un vortice continuo di riflessioni interiori sull’esistenza: il cambiamento, tutto interiore, è inevitabile.


Note/commenti/finalità dell'Autore

“Vita di paese”, il mio primo romanzo, racchiude in sé tutta la mia vita e le mie esperienze letterarie. A giudicare dalle dimensioni (lo si crederebbe quasi un racconto), non si direbbe; eppure, ho espressamente voluto che fosse piccolo e intenso come i nostri paesi, che a percorrerli ci metti un attimo e a narrarli non ti basta una vita.
Il libro narra la storia di un’esperienza intimamente vissuta, di un ritorno al Sud e risente della presenza di due anni passati al Nord per ragioni di lavoro con la mia famiglia. Restandovi, avrei potuto scegliere un futuro migliore dal punto di vista lavorativo, ma ho preferito tornare. E, come scrive Vito Teti, professore di Antropologia Culturale presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria e autore di “Pietre di pane”, testo di grande ispirazione per “Vita di paese”, restare non è stato “un atto di pigrizia”, ma “un atto di incoscienza e, forse, di prodezza, una fatica e un dolore”.
Non mi dilungherò sulla mia storia personale, ma mi basti dire che mi è servita a rivalutare tutto quello che mi ero lasciata alle spalle e a cui, forse, non avevo mai dato abbastanza valore. Mi sono guardata attorno e mi sono chiesta, per dirla con Ignazio Silone: “Che fare?”, “Da dove ricominciare?”. Una voce vibrava dentro di me: “Dalla bellezza che mi resta”. Così ho iniziato a scrivere “Vita di paese”, tenendo a mente, come scrive Teti, che “dobbiamo sempre curare l’olio della lampa della vita e della speranza”.
Ho voluto contribuire, nel mio piccolo, all’odierno processo di “legittimazione” del Sud, di riconoscimento della dignità della sua identità e della sua storia. È vero che quest’ultima è, sotto molti aspetti, dolorosa, ma non è fatta solo di criminalità e disoccupazione: esistono anche valori e modi di vivere, di sentire che raramente trovano spazio nel nostro sistema d’informazione.
Questo libro mira dunque a diffondere l’idea di un altro Meridione, contrastando quella diffusa dai mass media. I protagonisti sono uomini e donne segnati dalla caducità della propria esistenza, “vinti” sul piano economico ma vincitori su quello del coraggio e della forza morale. Si tratta di personaggi che credono ancora nei valori della solidarietà, della partecipazione al dolore altrui, del soccorso da prestare a chi più ne ha bisogno, sia esso spirituale o materiale.
Per quanto concerne l’aspetto letterario, non saprei da dove iniziare, ma posso dire che dietro ogni parola c’è un poeta, uno degli scrittori che ho amato nella mia vita, da Pirandello ad Allen Ginsberg, da Mark Twain a Giovanni Verga, da Fabrizio De Andrè a Grazia Deledda. Loro mi hanno dato tanto, tantissimo, hanno rappresentato una fonte inesauribile di speranze e sogni e ho voluto rendergli omaggio attraverso la mia umile opera.
In particolar modo, il riferimento più evidente è Pirandello. Oltre alle “Novelle per un anno” e a “Uno, nessuno e centomila”, devo molto a “Il fu Mattia Pascal”: in quest’uomo separato dalla vita, dal paese, dalla famiglia, da se stesso, in quest’uomo che non vive che di distacchi, è stato facile identificarmi, così come credo lo sia per tutti i meridionali (giovani e non) che fanno su e giù per l’Italia e per il mondo.
Pirandello ha saputo descrivere magistralmente la crisi dell’idea di identità e di persona in atto nella realtà contemporanea: lo ha fatto così bene che ancora oggi ci risulta semplice immedesimarci con i suoi personaggi. Ci sentiamo schiacciati da una società di massa che ci ha ridotti a suoi meri ingranaggi: da qui la nostra debolezza, il nostro senso di smarrimento nel constatare che non siamo nessuno, non consistiamo più in un’identità. È esattamente quello che prova il protagonista del mio libro, Damiano Pellegrino, il quale, non tollerando più la sua condizione di “forestiere della vita”, sceglie di tornare a immergersi nel flusso vitale, comprendendo che l’unico modo di fronteggiare la sua impotenza di comune mortale è trovare il coraggio di “accontentarsi” della bellezza che lo circonda. Infatti, se della società e degli uomini s’impara ad accettare vizi e virtù, allora diventa più facile guardarsi con occhi compassionevoli, capire di essere parte di un’umanità imperfetta ma capace pure di misericordia infinita, di una misericordia in grado di vanificare perfino i più gravi rimorsi.


Big da sfidare


il fu mattia pascal


“Il fu Mattia Pascal”, di Luigi Pirandello












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