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domenica 11 ottobre 2015

Il Canto di Kali di Dan Simmons

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Sinossi:

A Robert Luczak, poeta e scrittore americano di origine polacca, viene offerta l'opportunità di recarsi a Calcutta per intervistare M. Das, l'ultimo grande poeta di lingua bengali, allievo di Tagore e che da alcuni anni non da notizie di sé e non pubblica.
La ricerca del grande poeta indiano si trasforma ben presto in tragedia.

Recensione:
Il canto di Kali, già il titolo a mio parere è molto evocativo.
Kali, divinità femminile hindu, manifestazione terribile, aggressiva e non certo materna, descritta dalle sacre scritture come battagliera e feroce, nel titolo di Dan Simmons è l’oggetto di un canto, lasciando intravvedere, forse, i suoi aspetti meno ferini.


Ciò che maggiormente mi affascina del pantheon induista è proprio la capacità di ognuna di queste divinità di inglobare in sé stessa bene e male, creazione e distruzione alla faccia della coerenza e razionalità prettamente occidentali e che, a mio avviso, mal si sposa in ogni caso con la spiritualità.
Solo leggendo il romanzo scoprirete a quale aspetto della Dea, Simmons si riferiva. Il mio consiglio è quello di non lasciarvi sfuggire la sua opera.
Prima di iniziare riporto questo fatto drammatico di cronaca avvenuto proprio nei giorni in cui mi trovavo immerso nella lettura del romanzo, giusto per farvi capire quanto il narrato di Simmons sia d’attualità e quanto nella cultura indiana vengano presi seriamente certi riti.

Chi segue il blog, o ha letto qualcuno dei miei romanzi, avrà certamente capito quanto le religioni e le diverse forme di spiritualità mi affascinino, quindi Simmons, con questa sua opera ha avuto gioco facile nel conquistarmi.
La Calcutta da lui descritta è a dir poco affascinante nella sua oscura complessità.
L’idea stessa che esistano luoghi “toccati dal male”, capaci di influenzare i comportamenti delle persone che ci vivono e di esserne influenzati a propria volta, è interessante.
E’ Calcutta con la sua povertà, la sua sporcizia, il suo inquinamento e sovraffollamento a divenire culla ideale per la Dea dalle mille braccia e per i suoi culti scriteriati, o è la presenza stessa del Kalighat, il tempio dove questi riti vengono tuttora praticati a corrompere con la sua sola presenza l’intera città, a piegarla e a ridurla in questa schiavitù oscena?
L’autore è abile ad imbastire una storia attorno al fulcro costituito dalla città stessa, che si erge a protagonista indiscussa e oscura, ammaliatrice e pericolosa come una pantera occultatasi in una stanza buia, pronta a ghermire in qualunque istante.
La sua prosa elegante ricrea l’ambientazione in modo encomiabile, offrendoci ore di puro intrattenimento, con colpi di scena alternati a racconti evocativi ed epici.
Di Simmons, anni orsono, avevo letto il ciclo di Ilium/Olympos, e lo avevo trovato eccellente, soprattutto per originalità e varietà delle tematiche presentate, uno sci fi particolare che mi aveva colpito quasi quanto il Dune di Herbert. Beh, questo Canto di Kalì, è molto diverso, non sembra neppure opera dello stesso autore, ma non per questo mi ha colpito meno, anzi la varietà di stile e di tematiche non fa altro che farmi apprezzare ancor più la poliedricità di questo autore.   
Horror, mistero e avventura si miscelano in questo romanzo dai toni oscuri e drammatici che non dovrebbe mancare nella libreria di nessun appassionato del genere.

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