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domenica 14 febbraio 2021

Recensione: Oltre il padre di Mimosa da Vinci [Rating 8] - recensione a cura di Dada Montarolo

 



Titolo: Oltre il padre

Autore: Minosa da Vinci

Editore: Pubblicazione indipendente

Formato: EPUB e cartaceo

Genere: Narrativa, romanzo culinario

Prezzo: Euro 2,99 ebook, Euro 8,00 copertina flessibile

Sinossi:

Nel pieno della realizzazione professionale ed economica un padre scopre di essere malato. Di una malattia dal movimento lento ma inesorabile, che solo la morte fermerà. Deve trovare una soluzione per il futuro del suo unico figlio, disabile fisico. Chi si occuperà di lui DOPO? Non certo la madre. La madre che non lo ha mai accettato. La madre che nasconde segreti inimmaginabili. Ignaro del tormento paterno, il giovane si compiace delle attenzioni di un altro uomo: il cuoco del ristorante sotto casa sua, a Milano. Tra un piatto di bucatini e un risotto allo zafferano tra i due nasce una storia di cui nessuno sembra accorgersi. Il cibo si fa messaggero di un amore insolito e inaspettato. La metafora culinaria sostiene l'intero romanzo, l'intreccio delle vite dei personaggi principali e di quelli secondari, ridicole macchiette di se stessi, posseduti da passioni e ossessioni. Come anime in transito dentro i propri inferni, raccontati dalla voce di un vecchio barbone di nome Jésus.

Recensione:

Già la copertina mi aveva incuriosita: un giovanotto messo bene a muscoli e chioma, torso nudo e villoso, drappo rosso ondeggiante sulle gambe, sguardo ispirato rivolto al cielo, una scatola di pizza in una mano e una fetta delle medesima nell’altra in un gesto verso l’alto a metà fra offerta e preghiera. Notevole.

Ma la vera sorpresa è stato il contenuto del libro, un romanzo culinario in cui ascesa e problematiche di una famigliola, emigrata dalle valli bergamasche verso Milano in cerca di fortuna, sono affiancate da un’importante comprimaria. La cucina, appunto. 

In letteratura non mancano esempi illustri di una simile impostazione: i romanzi di Rex Stout su Nero Wolfe sono resi succulenti fra un omicidio e l’altro - se mai ce ne fosse bisogno - da dotte dissertazioni su salse, condimenti e modi di cottura fra l’imponente investigatore e il suo chef Fritz; “Il cuoco gentiluomo” di Livio Cerini di Castegnate racconta i fasti di un’epoca lontana, fra ricevimenti e ricette sontuose (indimenticabile, seppure ingenuamente scorretta ma i tempi erano diversi, l’indicazione per un buon brodo, frutto di un quantitativo impressionate di carni e pollame: “… a fine cottura fatelo filtrare e regalate la carne alla servitù…”). E così tanti altri. Ma questo “Oltre il padre” non fa delle trenta ricette un corollario alla vita di Marco e Luisa Scandella e del figlio Andrea, le rende invece parte attiva: come animate di vita propria, interagiscono con i personaggi, li ispirano, addirittura li spingono dove vogliono loro, lungo i sentieri della seduzione, della consolazione, dell’inganno e della passione seguendo l’atlante delle vicende umane e della cucina italiana con l’eccezione di una puntatina in terra spagnola per una paella valenciana a dir poco regale e una cheesecake d’Oltreoceano che provoca salivazione solo a elencarne gli ingredienti. Sembra quasi di sentirli, i profumi, e di vedere i colori delle cappelle di porcini al taleggio, delle orecchiette alle fave bianche e finocchietto, del fritto misto alla milanese, del filetto in crosta di pane, del tiramisu.

Intorno a questa tavola imbandita di emozioni narrative e sensoriali si aggirano alcuni personaggi minori: due monache cuciniere, suor Pasticcio e suor Melanzana, incaricate con alterni successi di soddisfare gli appetiti fanciulleschi di Andrea; gli occupanti del palazzo dove abitano gli Scandella, variegato demi-monde che si affanna a cercar di sopravvivere in una Milano autocompiaciuta e distrattamente crudele, “città rizoma in continuo moltiplicarsi”; gli ospiti, diciamo occasionali, della vita di Luisa, costantemente impegnata in un’éducation sentimentale poco flaubertiana ma invece molto faidate; Alonso, cuoco di bell’aspetto e dalle moltiformi attività, seduttore per necessità.

Come in tante famiglie perbene, gli inevitabili segreti degli Scandella rimangono ben sepolti fino a quando una manciata di granellini (forse di pepe, visto l’ambiente) si insinuano nel meccanismo all’apparenza perfetto della loro esistenza e creano un tale scompiglio da travolgere ogni cosa. “Per vedere ciò che pochi hanno visto dovete scendere dove pochi sono scesi” conclude sibillina la voce narrante del barbone sudamericano Jesús mentre sgranocchia un pane dei morti, biscotto della tradizione lombarda.

Lo stile di Mimosa da Vinci è sciolto e ironico, profumato di un’elegante leggerezza che a tratti sfuma in amabile melanconia irrorando di sapori e odori una trama che di per sé non ha niente di speciale ma che nella ricetta (per restare in tema) della scrittrice si trasforma in storia golosa e succosa. Rigorosa e pressoché perfetta l’impostazione grafica e molto curato l’editing.

Rating: 8.

Dada Montarolo


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