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giovedì 23 aprile 2020

Recensione: Casa di foglie di Mark Z. Danielewski


casa di foglie
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Sinossi:

Quando la prima edizione di "Casa di foglie" iniziò a circolare negli Stati Uniti, affiorando a poco a poco su Internet, nessuno avrebbe potuto immaginare il seguito di appassionati che avrebbe raccolto. All'inizio tra i più giovani - musicisti, tatuatori, programmatori, ecologisti, drogati di adrenalina -, poi presso un pubblico sempre più ampio. Finché Stephen King, in una conversazione pubblicata sul «New York Times Magazine», non indicò "Casa di foglie" come il Moby Dick del genere horror. Un horror letterario che si tramuta in un attacco al concetto stesso di «narrazione». Qualcun altro l'ha definita una storia d'amore scritta da un semiologo, un mosaico narrativo in bilico tra la suspense e un onirico viaggio nel subconscio. O ancora: una bizzarra invenzione à la Pynchon, pervasa dall'ossessione linguistica di Nabokov e mutevole come un borgesiano labirinto dell'irrealtà. Impossibile inquadrare in una formula l'inquietante debutto di Mark Z. Danielewski, o anche solo provare a ricostruirne la trama, punteggiata di citazioni, digressioni erudite, immagini e appendici. La storia ruota intorno a un misterioso manoscritto rinvenuto in un baule dopo la morte del suo estensore, l'anziano Zampanò, e consiste nell'esplorazione di un film di culto girato nella casa stregata di Ash Tree Lane in cui viveva la famiglia del regista, Will Navidson, premio Pulitzer per la fotografia, che finirà per svelare un abisso senza fine, spalancato su una tenebra senziente e ferina, capace di inghiottire chiunque osi disturbarla.


Recensione:

Un libro bizzarro e oscuro, la cui esistenza è avvolta nel mistero almeno quanto quella del Necronomicon; una casa stregata che cela un abisso "reattivo" capace di ricordare le inquietanti atmosfere dell’oceano senziente di Solaris di Stanisław Lem. Ecco, di questo voglio parlarvi oggi: Casa di Foglie, un tomo che mi ha messo alle corde. Complice la clausura da coronavirus e gli strascichi di carenza energetica vitale, ho fatto davvero fatica a sviscerare i segreti del labirinto della casa di Navidson. 
Giunto al termine di questa lunga avventura posso però affermare che ne sia valsa la pena. Non mi dilungo sulle doti linguistiche del Danielewski, capace di mutare e padroneggiare svariate tecniche narrative, facendole calzare su misura alle diverse scenografie con grande maestria. 


Ciò che maggiormente riesce all’autore però è l’espediente di inserire a corredo della narrazione un’infinità di riferimenti a documentari, saggi, produzioni critiche dei più disparati tipi, forniti da professionisti appartenenti alle più svariate branche dello scibile umano. Questa serie realmente sterminata di bibliografia artefatta, o meno, contribuisce a ingenerare nel lettore, per lo meno a livello inconscio, veridicità al narrato, costringendolo ad affrontare eventi surreali con la convinzione possano realmente essere accaduti.
Una lettura che con il proprio incedere diviene una vera e propria sfida, con l’impaginazione che si abbandona alla follia, in perfetta simbiosi con l’aggravarsi delle turbe del narratore Johnny Truant e con l’avanzare dei suoi viaggi psicotici a base di droghe e patologie paranoidi. 
Saremo costretti a maneggiare il tomo come un grave da palestra, ruotandolo per leggere trafiletti al contrario e dovremo muoverci nel labirinto delle note, così come Navidson si muove all’interno di quello della casa. Già, perché Casa di foglie è un romanzo “ergodico”, cioè che chiede al lettore di affrontare il testo facendo un po’ di sforzi per seguire tutto ciò che contiene. Non solo le diverse linee narrative, che corrono su piani ben distinti, pur perdendosi fra note, trafiletti guizzanti, colonne sbilenche e strutture scalene, ma pure fra quelli che ritengo essere dei vicoli ciechi posti sul cammino proprio per rendere l’impresa più epica. 
Sfilze di nomi, riferimenti enciclopedici, deliri vari accompagnati da riferimenti e citazioni colte e profonde.

Un’esperienza del tutto particolare, che richiede determinazione per essere portata a termine, così come deve aver comportato un grande lavoro sia per l’autore che per l’editore. 
Veramente qualcosa di particolare, un po' mi ha ricordato La Nave di Teseo, e che a mio avviso merita un tentativo. 
Oltretutto la vicenda di Navidson a me è piaciuta davvero tanto, il mistero degli abissi mutevoli celati nella casa è narrato in mille modi differenti, ognuno dei quali capace di mettere in risalto qualche aspetto che ci era sfuggito in precedenza. 
Emozioni da horror in un contesto del tutto particolare, senza il ricorso a geyser di sangue e grossolani attrezzi del mestiere, ma garantendo ugualmente un grande impatto.
La parte relativa alla vita ai margini di Johnny mi ha colpito meno, e nel corso del labirinto probabilmente ho svoltato in alcuni casi, perdendone qualche tratto, ma senza rimorsi particolari. D’altronde all’interno del labirinto si devono fare scelte drastiche se si vuole avere una possibilità di trovare l’uscita!
Siete avvisati, non è certo un testo per tutti e anche il costo è giocoforza elevato, in quanto si tratta di un vero tomo, condito da appendici con immagini e quant’altro. 
La cosa migliore? Fate un salto nella vostra biblioteca di fiducia. Se poi vi piace, vedrete che non vorrete che manchi nello scaffale della vostra collezione.



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