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domenica 16 febbraio 2020

Recensione: L'Opificio dei Colori di Stefano Amadei [Rating 10] - recensione a cura di Hagar Lane


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Titolo: L'Opificio dei Colori

Autore: Stefano Amadei

Editore: Pubblicazione Indipendente

Genere: Fiaba, Fantastico

Prezzo: 0,99 Ebook – 5 Euro copertina flessibile

Rating: 10

Recensione:
L’Opificio dei Colori è un romanzo per bambini e ragazzi, scritto e autopubblicato nel 2018 da Stefano Amadei, già autore di RaccontiSvolazzanti: un ebook illustrato comprendente dodici fiabe per bambini, anche tradotto in inglese, francese e spagnolo.
Con L’Opificio dei Colori Stefano Amadei firma il suo primo romanzo, dedicato alla figlia, la piccola Ivana. Il libro, di quasi 150 pagine, è presente in Amazon in formato cartaceo (prezzo: € 5,00) ed ebook (€ 0,99), ma anche in altri store.
La prima cosa che mi ha attratto del libro è stato il titolo, che ho trovato essere bellissimo. La parola “opificio” mi rimandava istintivamente a qualcosa di antico e magico insieme, sebbene l’opificio non sia altro che una fabbrica dove si trasformano delle materie prime per farne dei prodotti finiti. L’Opificio dei Colori mi ha evocato qualcosa di alchemico, dolce, fiabesco e potente insieme, come ogni libro per bambini e ragazzi dovrebbe essere. E lo dico subito: è un romanzo che mi sono goduta dalla prima all’ultima pagina.
Proseguiamo con la descrizione delle prime sensazioni che mi ha suscitato il libro, e poi, addentrandomi nell’analisi del testo, capirete bene perché lo abbia trovato stupendo sotto ogni aspetto. Dopo il titolo sono stata attratta dalla copertina, che mi ha fatto sorridere. È spumeggiante di colori, e ha in primo piano un bel gattone che ti guarda. Ve lo presento subito: nella vita reale è Virgola, ma nella storia si chiama Cameriere, per via dei suoi colori – bianco e nero – e dei simpaticissimi baffetti che si ritrova.
Vi riporto qui di seguito la quarta di copertina del libro:
Cameriere è un bel gattone bianco e nero con un piccolo problema: il suo padrone si chiama Nereo Carbone e progetta di eliminare ogni colore dalla Terra diffondendo la Grigite, vera minaccia per il mondo e per il cuore di tutti gli uomini. Aiutato dal magico pennello di Dorando, fondatore dell’Opificio dei Colori, il nostro amico a quattro zampe si ritrova in un’avventura ricca di colpi di scena all’inseguimento della Coloressenza, unica risorsa in grado di dissolvere la Grigite. Ma sarà solo grazie all’amore che Cameriere troverà in sé la forza di reagire e di donare alla Terra una nuova speranza fatta di splendidi e rinnovati colori.
Entriamo nel vivo della storia, soffermandoci sui significati pedagogici che trasmette questo libro. Nel caso de L’Opificio dei Colori è un aspetto fondamentale da considerare, perché è un romanzo che si rivolge ai giovani lettori.
Il libro è scritto in modo eccellente. La lingua italiana è usata in modo perfetto, sotto ogni aspetto. Faccio solo una segnalazione: vi sono presenti una decina circa di refusi che, se venissero corretti, porterebbe il testo ad una stesura perfetta. Ma basta questo per dire che una storia è scritta in modo impeccabile? Assolutamente no. La scrittura di Amadei è fluida, limpida, in una parola: armoniosa. La fantasia dell’autore è sorprendente, ed esce fuori ad ogni pagina, spingendo il lettore a leggere sempre più. Il linguaggio che usa è semplice e ricercato al tempo stesso, stiamo parlando, cioè, di quella “semplicità” che solo un grandissimo lavoro di ricamo delle parole ad una ad una può generare. Mai una sbavatura, né nella voce narrante né nei dialoghi.
I dialoghi sono così vivi, e le parole cucite così bene sui personaggi, che sono arrivata alla conclusione che, se questo libro giungesse nelle mani giuste, Cameriere starebbe a guardarci tutti dalle vetrine delle librerie, dove per me merita di arrivare quanto prima.
L’originalità della trama, il ritmo, la fantasia, l’eleganza, la dolcezza e la cura che traspaiono in ogni dettaglio del testo fanno de L’Opificio dei Colori uno dei libri per ragazzi e bambini più belli che abbia mai letto. Questo detto da una che ama profondamente la letteratura per giovani, da leggere e da scrivere.
La storia si apre con l’incontro tra due ex amici ed ex soci: Nereo Carbone e Dorando Pastelli. Nereo porge a Dorando degli occhiali da sole prima di entrare con lui in laboratorio, perché la vista dei colori è così abbagliante da danneggiare gli occhi. La storia ci parla, attraverso i colori, della necessità per l’uomo di riconnettersi alla fonte, simbolicamente rappresentata dal Sole. E chi non ricorda cosa succede nel mito della Caverna di Platone all’uomo che, uscito dalla caverna, volge lo sguardo al Sole e vede per la prima volta la realtà per quello che è veramente?
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Si scopre, infatti, quasi subito che si parla di colori per parlare “del tramonto, del rossore tra fidanzati, dei disegni dei bambini”, dice Dorando. Si scopre che senza le emozioni, rappresentate dai colori, si perde la voglia di vivere e non si ha più nulla in cui credere. Quando Nereo riprende la parola, sembra che parli della società di oggi, dove “non desideriamo altro che un pratico grigio NULLA con il quale riempire i propri cuori”, e questo grigiore “sta contagiando gli uomini come un virus”. Nereo accusa gli uomini stessi di ciò che sta avvenendo, perché ciò che vuol realizzare lui non è altro che il volere degli uomini, che “non vogliono più colori sgargianti e sono preda solo della paura di restare soli e in silenzio”. L’autore ci parla, dunque, di un pericolo che solo apparentemente è esterno, ma che in realtà è da noi stesso creato e del quale, successivamente, ne appariamo vittime.
Mi ha sorpreso molto la frase che Amadei fa dire a Nereo con riferimento agli uomini che preferiscono una vita grigia, e cioè questa: “Ho pensato che se ci si trovano talmente bene, perché non dargli ciò che desiderano?” Lo stupore nasce dal fatto che io stessa faccio dire una frase molto simile ed esprimere un concetto identico alla protagonista del mio romanzo, a indicare che ogni cosa che accade, che ci piaccia o no, è frutto dei nostri desideri. Noi, cioè, siamo i creatori di tutto. Ecco che il tema che tratta Amadei è decisamente profondo e attuale: Cosa sta causando l’uomo a se stesso e al mondo intero? È proprio come se stesse sbiadendo.
Altra simbologia potentissima si incontra dopo poche pagine, quando l’autore contrappone al BUIO TOTALE, fine di tutto, il Viola, e non a caso, dico io. Il viola, infatti, è il colore del settimo chakra, che completa il percorso evolutivo dell’uomo in termini di coscienza. È il colore dello spirito, della nostra essenza umana e divina insieme. Nel viola l’essere umano scopre la propria identità e completezza, frutto dell’unione armonica fra il rosso (materialità ed energia, propriamente maschili) e il blu (spiritualità, ed interiorità, propriamente femminili). Il viola è dunque il simbolo dell’androgino, dell’unione di yin e di yang, degli opposti, della pace divina. Jung lo definì “colore metafisico”, e quindi è il colore perfetto da contrapporre al Buio Totale.
Ma introduciamo subito il gattone, Cameriere, che appare in scena immediatamente, assieme a Nereo e Dorando. Noi umani siamo esseri animali e spirituali insieme, ma ci stiamo così allontanando (leggi: distruggendo) dal mondo animale da aver perso la nostra dimensione spirituale. Paul MacLean ha creato la teoria dei tre cervelli, che è stata ormai ampiamente condivisa in ambito scientifico. Il cervello umano, cioè, si compone di tre parti: il cervello Rettiliano (tronco dell'encefalo), il cervello Mammifero (sistema limbico) e la Coscienza (neocorteccia). Con i cani e i gatti condividiamo il cervello Mammifero, che è l'evoluzione della parte rettiliana. Ed è in quel cervello che hanno sede i sentimenti e le emozioni, quelle che ci permettono di prenderci cura di altri diversi da noi. I mammiferi sono, non a caso, gli unici animali che si prendono cura della prole, che si proteggono nel branco con la vicinanza, etc. Questo cervello è la nostra parte più calda, umana, ci permette di emozionarci dinanzi a ciò che accade, è la nostra parte bambina, in una parola è IL CUORE. Con questo cervello si è sviluppato il senso di attaccamento, il legame affettivo-emotivo e la coesione sociale. Ecco che Cameriere è sì un bel gattone, ma rappresenta anche e soprattutto questa parte di noi che abbiamo da troppo tempo dimenticato. Solo se l’uomo saprà recuperare il suo legame intimo e amorevole con gli animali potrà sperare di riconnettersi alla Fonte, e cioè a quel qualcosa di universale che ci vuole esseri felici e contenti e non tutti infermi, malati di Grigite.
L’amore incondizionato, che gli animali ci insegnano come maestri di saggezza, è la risposta a tutto quanto l’uomo sta facendo di male, a se stesso e all’ambiente. Si scoprirà in questa storia come l’amore sia davvero l’arma più potente che esiste, capace di vincere qualsiasi brutalità umana, e questo è vero nelle favole come nella vita reale. Le parole d’ordine per vincere sono due a ben vedere: Amore e Perdono. Trovo perfetti i colori di Cameriere, bianco e nero, perché simboleggiano l’unione armonica degli opposti. In noi umani l’Ego ci forza a vivere continuamente nella dualità, bianco-nero, ed è questa la causa di tutte le nostre infelicità.
Straordinario è un altro aspetto del romanzo, e cioè il fatto che l’autore non marchi come “mostro” Nereo, tutt’altro. Nereo, infatti, nel fondo è buono quanto Dorando e quanto me e te, tant’è che si scoprirà quanto profondamente amasse Cameriere. La nostra natura più profonda è fatta solo di luce e amore puro, esattamente come la Fonte dalla quale veniamo e alla quale ritorneremo. Nereo è semplicemente rimasto ipnotizzato da uno specchio magico, che per me simboleggia l’Ego che ciascuno di noi possiede. Se tale Ego non viene controllato e ridimensionato, può prendere in mano le redini della nostra vita e farci agire come burattini inconsapevoli, capaci di compiere i peggiori atti, verso noi stessi e verso gli altri.
Della Fonte ci parla espressamente l’autore quando dice: “Entrambi sapevano che quello che serviva alla Terra era ciò che si chiamava ‘una ricarica’. Saltuariamente, infatti, i colori del mondo dovevano attingere direttamente alla loro fonte per rigenerarsi, ricostituirsi, ricaricarsi”.
E questo avveniva, dice ancora l’autore: “mediante la Matita di Dio: l’Aurora Boreale”.
L’avventura di Harry Potter, ricordate tutti, comincia al binario 9 e ¾: un numero che ha un profondo significato nell’antica Kabbalah della quale la Rowling è grande studiosa. Ebbene, anche il viaggio dei protagonisti della nostra storia parte da un binario molto particolare: il binario n.7.
Il numero Sette è il simbolo per eccellenza della ricerca mistica, del viaggio alla scoperta delle parti più intrinseche dell’esistenza umana, per comprenderne il significato più profondo. Sette sono i colori che compongono l’arcobaleno, i giorni della settimana, le note musicali, i passi del Buddha, i Chakra, e questo solo per fare alcuni esempi per far capire l’importanza simbolica di quel numero.
A metà storia incontriamo Valchiria, una maestosa gatta norvegese. Che nome straordinario ha scelto l’autore per quest’altra gattona! Quando uno scrittore scrive col cuore l’inconscio arricchisce la storia di simbologia che la mente, da sola, non saprebbe mai usare tanto abilmente. Ecco che “Cameriere” è il protagonista “eroe-servitore” che va in battaglia (ho detto servitore e non servo, perché il termine “servitore” ha un’accezione nobile, al contrario di “servo”), mentre “Valchiria” è la potenza divina che lo assiste in battaglia. Ricordiamo che le Valchirie sono le protettrici degli eroi in battaglia, figlie adottive di Odino e spose spirituali degli eroi che condurranno nel Valhalla. Seguendo le gesta eroiche di Valchiria si capisce come il nome che l’autore ha scelto per questa gatta norvegese non sia affatto casuale, ma intriso anch’esso di significato.
Delicata, gioiosa ed emozionante è la scrittura, che lascia andare una fantasia solo per farcene subito afferrare un’altra, creando una storia che si vede mentre la si legge. Si vede benissimo Nereo in groppa all’orso bruno, poi volare col suo ombrello e, ancora, cavalcare un leone marino. Si vedono le pigne trasformarsi in ruote di slitta e gli aghi di pino in briglie di cuoio, solo per citare alcune delle magie alle quali si assiste ne L’Opificio dei Colori. Fantasiosa e pregiata la descrizione di come nascano i colori e si diffondano nel mondo, e altrettanto magico è il racconto di come anche i colori, dopo un po’, debbano tornare alla fonte.
Impeccabile il punto della storia in cui l’autore parla di come ci ammaliamo quando perdiamo i colori, e cioè la capacità di emozionarci e la gioia di vivere. Dice che la Grigite si manifesta prima di tutto nel corpo, ed è vero. È stato ampiamente dimostrato dalle psicoscienze che il nostro inconscio parla direttamente attraverso il corpo e il corpo parla a sua volta all’inconscio.
Mancano solo dei personaggi da citare: i poliziotti. In questa storia, eccezion fatta per Peter, non fanno una bella figura le forze dell’ordine, né in quanto a intelligenza né per sensibilità umana. Come mai l’autore ci mostra dei poliziotti imbranati e con un livello di intelligenza emotiva decisamente basso? Non perché le forze dell’ordine siano così in generale, ma perché, cosa importantissima, lo scrittore utilizza lo stratagemma della “divisa” per mostrare quella parte fredda, razionale, vincolata alle norme e schiava dell’immagine sociale che risiede in tutti noi e che si oppone al cambiamento, che ostacola la riuscita dell’impresa. Stiamo parlando di un nostro nemico interno, cioè, quello che in psicologia si chiama Super-Io, il quale è perfettamente simboleggiato nelle storie da uno o più personaggi in divisa.
Ecco che leggiamo di Dorando che pensa tra sé e sé: “Poliziotto dei miei stivali. Cosa diamine gli è venuto in mente di ammanettarmi? Coi miei colori sarebbe stato facile liberarmi, ma così è molto più complicato”. Bellissimo! L’autore ci mostra perfettamente le parti di noi che escono fuori quando c’è in atto un radicale cambio di vita, perché tutti i personaggi sono, come sempre accade nelle narrazioni, parti della stessa persona. Una di queste parti è rappresentata dall’uomo in divisa – l’equivalente del Grillo Parlante in Pinocchio – e cioè dal giudice interno che dobbiamo mettere a tacere per tornare a colorare le nostre vite e guarire dalla Grigite.
La Grigite, spiega l’autore, è quella malattia che annulla la volontà, la voglia di fare, ma anche le differenze fra noi umani, che sono ciò che fa di noi dei soggetti unici al mondo. Quando il giudice interno viene messo a tacere? Quando vediamo che inizia a remare dalla nostra parte. Nella storia non vediamo i poliziotti sempre contro Dorando, infatti, incapaci di capire cosa stesse succedendo davvero, perché ad un certo punto c’è una svolta e un poliziotto tenta di sconfiggere da solo il Globo Nero, lanciandosi coraggiosamente contro di esso.
L’ultima nota la riservo ai Cromani, perché se la meritano tutta, mentre mi chiedo quanto certe perle siano frutto di studi e conoscenze pregresse dell’autore e quante, come io ritengo, siano invece sgorgate spontaneamente dal suo cuore mentre scriveva, da quell’inconscio onnisciente al quale attinge lo scrittore quando è deciso a creare una storia che lasci il segno.
Ebbene, la descrizione dei Cromani nella formazione a quadrati saldamente uniti fra loro rimanda al concetto di Matrix Divina, o Inconscio Collettivo che dir si voglia, di cui tanto si parla oggi. Questo è potentissimo, spiegano i fisici quantistici e gli psicologi junghiani insieme, e prima di loro le antichissime tradizioni sapienziali, e così giustamente appare ne L’Opificio dei Colori: una formazione perfettamente in grado di respingere il getto nero e che resisteva perfettamente ai venti di Giove.
Azzeccatissimo il finale, stupendo, sia con riferimento allo specchio, che a Valchiria, Cameriere e Nereo. Che dire? È la prima volta in vita mia che scrivo una recensione ad un romanzo che in numero si traduce in 10 e lode. Con gioia lo recensirò con poche parole ma 5 stelle meritatissime anche in Amazon, perché trovo che sia una favola-romanzo meravigliosa e dal grande valore pedagogico.

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