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domenica 22 marzo 2020

Recensione: Giustizia parallela di Marcia De Lyra [Rating 7] - recensione a cura di Andrea Zanotti


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Titolo: Giustizia Parallela

Autore: Marcia De Lyra

Editore: Scatole Parlanti

Genere: giallo, thriller

Prezzo: 11,90 Cartaceo

Rating: 7

Sinossi:
Nella piccola e fredda città di Lages, nell'estremo sud del Brasile, Clara si trasferisce nella vecchia tenuta di famiglia, da poco lasciatale in eredità, pronta a ricominciare una nuova vita all'insegna della tranquillità e del lavoro. La cittadina, cordiale e all'apparenza monotona, offre alla brillante avvocatessa tutto ciò che le serve per superare un'annata terribile, segnata da una paura costante, da situazioni ambigue e dalle ossessioni di un cliente malato. Quello che la attende, in questo paesino bucolico incastonato tra le colline, stravolgerà i suoi piani, portandola al limite estremo. Il passato è tornato con tutta la furia che solo il tempo sa cullare, oppure si tratta di una fertile immaginazione?

Recensione:
Oggi mi azzardo a recensire un giallo/thriller, genere che non padroneggio alla perfezione nonostante provi ciclicamente il bisogno di leggerne qualcuno. 
Il romanzo prescelto per l’occasione è Giustizia Parallela di Marcia De Lyra edito da Scatole Parlanti. Si tratta di un agile volumetto di meno di 150 pagine che leggerete in un batter d’occhio. 
La prosa dell’autrice infatti è sobria e lineare, la storia scorre con estrema naturalezza e la vicenda che vedrà coinvolta la protagonista Clara, un’avvocatessa decisa ad abbandonare il caos della grande città per trasferire la propria vita e attività professionale in una cittadina di periferia.
L’autrice decide di coinvolgere diverse figure nella narrazione della sua storia, andando a sottoporre al lettore un insieme di tessere capaci di comporre il puzzle della vita dell’avvocatessa, senza concentrare su di essa l’intera ricostruzione degli eventi. Una tecnica che io apprezzo, e che da modo di avere una visione più completa dell’ambiente. 
Nel caso della vita della cittadina la scelta è ancor più calzante, perché come in ogni paese che si rispetti, tutti conoscono tutti e l’arrivo di uno “straniero”, ancor più se appariscente come la bella avvocatessa in carriera Clara, non può certo passare inosservato. 
Ci sarà spazio anche per gli approfondimenti psicologici della protagonista, tutti sensati e capaci di far aumentare l’empatia da parte del lettore verso la protagonista. 
Ben fatto insomma. 
Il romanzo risulta di piacevole lettura quindi, corre spedito verso un finale, che almeno per me, poco ferrato nel cogliere indizi e tracce, è risultato piacevole e inatteso. 
A questo punto vi aspetterete il massimo dei voti, invece qualche appunto mi sento in dovere di farlo. Alcune scelte della protagonista mi sembrano non del tutto credibili, o perlomeno quantomai avventate. Non posso scendere nei dettagli per non rovinarvi la sorpresa, ma sono pronto a parlarne direttamente con l’autrice. Ad ogni modo, tutto è interpretabile, per cui il parere è del tutto personale. A questo, per dovere di annotazione, aggiungo che in alcuni casi i dialoghi mi sono apparsi un po’ forzati. Ad ogni modo, si tratta di pecche del tutto marginali, non certo capaci di rovinare il piacere di una lettura che saprà tenervi incollati fino all’ultima pagina. 
Buon lavoro anche da parte della casa editrice che presenta un libro ben realizzati sia esteticamente che per quanto riguarda la cura dell’impaginazione e dell’editing, con refusi prossimi allo zero.
Voto finale 7.

domenica 15 marzo 2020

Recensione: Vathek di William Beckford

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Sinossi:
l romanzo orientaleggiante Vathek (titolo originale Vathek, o in alcuni testi Vathek, an arabian tale) rese il suo autore, il viaggiatore e scrittore inglese William Beckford, molto più famoso dei suoi libri di viaggio. 


Recensione:
Finito di leggere Vathek di William Beckford rimango un po’ perplesso. Beckford compose Vathek in francese nel 1785, di getto, in tre soli giorni e due notti e lo pubblicò in inglese a Losanna nel 1787. Un romanzo breve che forse non sono riuscito a inquadrare bene. Forse, molto semplicemente, mi attendevo qualcosa di diverso, o forse non sono riuscito a cogliere sottesi più profondi. 
Rimane il fatto che si tratta di un romanzo d’avventura, di viaggio, condito da un finale dal sapore stucchevolmente dolciastro di morale senza appello per i peccati che contraddistinguono l’agire umano.
Vathek è infatti una dura rappresentazione della crudeltà umana e di quell’Inferno in terra derivante dalla protervia dell’uomo, perennemente concentrato sulla sopraffazione reciproca e sulla natura. Immancabilmente affamato di potere, ghiotto di lusinghe materiali, e pronto a sacrificare qualsivoglia istanza spirituale, l'uomo descritto da Beckford non gode di alcuno sconto capace di lenire un'esistenza effimera e volta a bassezze sempre più indicibili. 
Verremo trascinati in viaggi mirabolanti che spazieranno in ambientazioni sempre diverse, spazio e tempo perderanno tuttavia il loro senso, sopraffatti dalle malefatte del protagonista.  

Il califfo Vathek è infatti un personaggio che non cerca di ottenere la benevolenza del suo pubblico. Si presenta invece spregevole, dedito a una ricerca scriteriata del potere, bizzoso e capriccioso e succube del volere della madre arpia. 
Neppure quando trova la donna capace di scatenare in lui l’amore “purificatore” riesce a conquistarsi un briciolo di empatia e non certo perché io sia un amante dei paladini senza macchia, quanto per la sua totale inettitudine, il suo essere perennemente in balia degli eventi, senza neppure la coerenza per perseguire la via “delle acque corrosive” che ha contraddistinto la sua esistenza nel momento in cui ha scelto di voltare le spalle ad Allah per volgersi a entità maggiormente disposte a favorirne le pulsioni.
Se devo ammetterlo la parte che ho apprezzato maggiormente è la postfazione del curatore dell'opera nella quale vengono descritte le innumerevoli peripezie della vita dell'autore William Beckford, il che è tutto dire.

domenica 8 marzo 2020

Recensione: L'Artiglio. L'oro del dio Hunn di Donato Altomare [Rating 8] - recensione a cura di Fantom Caligo

fantasy
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Titolo: L'Artiglio. L'oro del dio Hunn

Saga: L’artiglio



Genere: Sword & Sorcery, Eroic Fantasy

Prezzo: 4,99 Ebook

Rating: 8

Sinossi:
Il sogno dell’Artiglio è quello di vivere una vita normale con la donna che ama. Ma è destinato a non invecchiare e a tentare di salvare la sua donna rapita dal Mago della Pioggia. Ogni passo un’avventura, ogni cavalcata una lotta, quasi il mondo intero tenti di non fargli raggiungere il suo scopo. Eppure più ardua si fa la strada, può tremenda la lotta, più il Guerriero centuplica i suoi sforzi per liberare la sua amata. Ma non ha contro solo uomini, mostri, maghi e dei. Ha contro anche il destino.
Il volume contiene anche i seguenti saggi:
- Il ritorno dell'Artiglio di Francesco La Manno.
- Ove regna il fato avverso di Cristiano Saccoccia

Recensione:
So già cosa state pensando. Ma questo libro mi prenderà mentre sono infetto dal coronavirus? Domanda legittima a cui risponderemo.
Le avventure dell’Artiglio proseguono. Ci troviamo di fronte a un eroic fantasy in cui l’Artiglio, nel libro precedente, aveva chiesto al Dio dell’Amore un aiuto per ritrovare la sua bella rapita dal Mago della Pioggia. Avviso che il libro si può leggere benissimo senza aver letto quelli prima.
Sulle capacità di Donato Altomare è inutile disquisire. Il libro fila liscio tra le mani, le pagine volano anche con il coronavirus. Le descrizioni permettono di visualizzare tutte le scene, ti trascino all’interno del libro. La figura dell’Artiglio, un eroe con la mano di tigre che non invecchia mai ma può essere ucciso, è ben delineata. Sarà principalmente attraverso i suoi occhi che vivremo tutte le vicende. 
Il mondo creato da Altomare è un mondo ingiusto, dove spesso i più deboli sono sopraffatti dai più forti (e poi dicono che il fantasy è un genere per bambini. A volte certe storie sono più realistiche dei cosiddetti romanzi “seri”), dove le crudeltà possono accadere per semplice follia. 
Vivremo diverse peripezie in cui l’Artiglio, spesso controvoglia, si trova coinvolto. Ho molto apprezzato come l’autore gestisce il tema dell’amore. Il protagonista si muove per recuperare la sua bella, e ciò è abbastanza classico, ma l’amore dell’Artiglio ha le sue cadute, non è sempre perfetto. Sbaglierà, si sentirà in colpa, insomma non il classico libro melenso dove il puro combatte impavido per liberare la sua bella. 
La figura dell’Artiglio a tratti ricorda quella di Geralt -The Witcher-. Anche lui è un eroe ombroso, a cui tutte le donne cadono ai piedi (ma perché tutto agli altri?), ma in fondo ha un grande amore nel cuore. 
I combattimenti sono ben descritti e avviso che Altomare non va su leggero.
L’unica pecca, che compare nella seconda parte del libro, sono i refusi nella punteggiatura dei dialoghi. Abbiamo dialoghi che usano -…- poi passiamo: -…- e poi dialoghi segnalati con -….
In particolare, l’ultimo formato a volte crea della confusione. Dal punto di vista a me caro, ossia l’innovazione, qui ci troviamo di fronte al classico eroic fantasy, sebbene ci siano creature che sorprendono (non aspettatevi orchi e troll, ma preparatevi a Urus). 
Gli amanti del genere apprezzeranno sicuramente l’intera storia, gli assettati d’innovazione la leggeranno ma non troveranno nuovi spunti.
Globalmente è libro da 8.

Siccome Cristiano Sacoccia mette un saggio alla fine del libro, recensiamo pure quello (l’articolo di Francesco La Manno è più una presentazione al libro).
Sacoccia mostra una profonda conoscenza del fantasy e ci fa percorrere un viaggio all’interno dei miti del genere. Si tratta di uno studioso attento, che riesce a sviscerare i concetti che si nascondono dietro i personaggi. (Colgo l’occasione per complimentarmi per la spiegazione della figura di Glotka di Abercombie. Illuminante.) 
Un saggio veramente godibile, e, avviso subito, molto tecnico. Interessante per tutti coloro che vogliono sviscerare i concetti del fantasy.
Voto 9.

domenica 1 marzo 2020

Recensione: Wunderkind di G. L. D'Andrea [Rating 7,5] - recensione a cura di Andrea Zanotti


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Titolo: Wunderkind. Una lucida moneta d'argento

Autore: G.L. D'Andrea

Editore: Mondadori

Genere: werid, urban fantasy

Prezzo: 4,87 Euro cartaceo

Rating: 7,5

Sinossi:
Parigi, autunno. È una lucida moneta d'argento a sconvolgere la vita di Caius Strauss. Perché è il dono di un orribile uomo dalla faccia di luna, e perché di lei è impossibile liberarsi: gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti, la lucida moneta d'argento torna sempre. La moneta è lo strumento con cui il male scritto nel destino di Caius ha scelto di manifestarsi, e la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere che nessuna mappa ha mai segnalato. Un mondo di tenebra in cui si annidano uomini dotati di un potere letale e luoghi misteriosi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare desideri oscuri a prezzo del sangue. Nel cuore infetto di una Parigi lunare e apocalittica, una terribile rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l'uomo dalla faccia di luna è disposto a uccidere. Potente come un romanzo di Gaiman e inquietante come il Barker più efferato, "Una lucida moneta d'argento" è il sorprendente esordio di un autore dallo stile visionario e innovativo.

Recensione:
Oggi sono lieto di presentarvi un testo di una decina di anni fa. L’autore è un mio illustre concittadino. Non è da tutti accasarsi presso Mondadori, e chi ci riusce desta sempre la curiosità (e un pizzico d’invidia, non possiamo negarlo) fra tutti gli aspiranti/emergenti/esordienti e diversamente autoprodotti. Ecco a vuoi quindi Wunderkind – Una lucida moneta d’argento, cerchiamo di capire l'origine di questo successo. 
Non voglio credermi così meschino da aver lasciato passare quasi dieci anni per prendermi la briga di leggerlo. Tutta colpa dell’invidia succitata? Il mio raziocinio mi impedisce di credere a questa versione, ma il subconscio alla fine è quello che decide. Come sia andata non saprei oggettivamente dirlo, sta di fatto che ora ho letto il testo di D’Andrea e posso affermare senza patemi che l’ho trovato godibilissimo. Si tratta del primo volume di quella che ho scoperto essere una trilogia, per cui il finale risulta “tagliato con l’accetta”, ma ora che lo sapete non avete più scuse, per il resto potete andare sul sicuro. 
L’autore scrive bene, il testo scorre che è una meraviglia. Mai banale si concede qualche spunto sopra le righe e il risultato è sempre ottimo, confermando una verve creativa supportata da una prosa ispirata ed efficace. 
Già perché l’originalità è quello che maggiormente contraddistingue questo lavoro che si pone in scia a quel fantastico/bizzarro tanto caro a Neil Gaiman e magistralmente riproposto da D’Andera. 
Scenario per questa vicenda del tutto particolare è un quartiere ombra della città di Parigi, un non-luogo dove avvengono eventi del tutto fuori dall’usuale, ma capaci di destabilizzare la realtà che tutti noi conosciamo. 
Le idee riversate dall’autore per dipingere questo angolo di mondo e renderlo unico sono una marea, uno sferzare continuo di caos organizzato, in senso buono. Quasi troppe, invero. 
Intendiamoci, ben venga tanta originalità, ma forse avrebbe necessitato di maggior “volume” per potersi esprimere appieno. Forse le esigenze editoriali hanno costretto a rimanere entro certi paletti, quindi probabile che nei volumi successivi troverà modo di esplodere in tutta le proprie indiscutibili potenzialità.
Non mancheranno azione e scene truculente, capaci di rendere impossibile, o perlomeno assai impegnativo, riporre il libro sul comodino. 
Altro aspetto ben riuscito sono i personaggi, così come i dialoghi, sempre frizzanti, naturali e capaci di caratterizzare ancor più le diverse figure presenti sul palco.
Quello che manca un po’ di spessore è paradossalmente proprio il Wunderkind, ma forse questo, guardando alle vicende che il piccolo ha vissuto, non dovrebbe far storcere il naso, anzi, si tratta della reazione più razionale agli eventi. Vedremo come, e se, riuscirà a superarli con il prossimo volume.
Bando all'invidia quindi, ottimo romanzo, assolutamente consigliato! 
Voto 7,5  

domenica 23 febbraio 2020

Recensione: Malasacra di Francesco Corigliano [Rating 8] - recensione a cura di Andrea Zanotti


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Titolo: Malasacra

Autore: Francesco Corigliano

Editore: Kipple Officina Libraria

Genere: raccolta racconti weird

Prezzo: 3,11 Ebook – 15 Euro cartaceo

Rating: 9

Sinossi:
Echi di teologie bislacche, metafisiche del male, riflessioni sul fascino e il terrore del vuoto permeano un po’ tutti i racconti ma senza appesantirli:
l’autore sa bene che non c’è alcun bisogno di aggiungere stampelle allotrie a un genere che ha sempre avuto la sua nobiltà; che poi i benemeriti critici della seriosa penisola se ne siano accorti a secoli di distanza è problema loro, o delle claudicanti ideologie che erano intenti a incensare invece che di porsi al servizio del testo e della sua diffusione tra i lettori.
Nelle solitudini mentali dei luoghi bizzarri e inquietanti, i personaggi di Francesco Corigliano muovono la loro ricchezza, lessicale e sensoriale, verso il profondo di abissi disumani, mostrando quanto siano indifesi di fronte ai misteri del mondo che li ospita, ma che forse li considera corpi estranei, nella deflagrazione dei limiti che, in qualche occasione, appaiono per quello che sono: un invito alla modestia, finché non si è riusciti a trascendere le miserie umane.

Recensione:
Oggi trattiamo una raccolta di racconti che spaziano dal moderno allo storico, dal surreale al poliziesco, insomma un'antologia perfettamente calata in ambito weird. Racconti che formano un potpourri di fiori preziosi, da inanellare per realizzarne una collana esotica e pregiata. Una collana che si spera possa valere come un talismano atto a tenere lontani i fantasmi evocati dalla penna fastosa di Francesco Corigliano. 
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L’antologia Malascara è un chiaro omaggio allo straordinario immaginario regalatoci dal Solitario di Providence e dai suoi sodali, primi fra tutti Clark Ashton Smith e Robert Howard.
 In questa raccolta sono presenti tutte le tematiche loro care e solo la mia memoria vacillante mi impedisce di proseguire facendo un parallelo fra ogni singolo racconto con il corrispettivo di Lovecraft e compagni. 
A questo punto si potrebbe aprire la diatriba fra chi sostiene sia quasi sacrilego andare a reinterpretare quelle cosmogonie tirandole in ballo in modo così diretto e chi invece ritiene il sincretismo fra originale e mutazioni derivanti dallo “spirito dei tempi” non faccia che arricchire un immaginario capace di influenzare non solo i lettori, ma anche moltissimi autori. 
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A tal proposito ho da poco letto un testo che non posso che consigliarvi, del preparatissimo Sebastiano Fusco. 
Chiusa la parentesi, io sono dell’avviso che un universo immaginario non possa che beneficiare di ogni aggiunta che ad esso si possa apportate nel corso del tempo, soprattutto quando fatta con la capacità narrativa ed evocativa dell’autore. 
Corigliano è capace di suscitare angosce profonde, toccare corde sopite da strati e strati di giustificazioni razionalistiche, pronte però a vacillare sotto le sferze del Caos sempre presente e disposto a deflagrare da mondi lontani, così come a resuscitare da una Natura oramai schiavizzata e stuprata, ma mai doma.
Uno dei racconti che ho maggiormente apprezzato e che mi ha portato alla mente due romanzi che ho molto amato, quali Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e Wendigo di Algernon Blackwood, è quello nel quale un reduce della campagna di Druso nelle foreste germaniche narra ai propri cari l’esperienza allucinata vissuta durante gli scontri con i barbari, ma soprattutto con l’inospitale natura, incompatibile con la vita dell’uomo in quanto culla e al contempo figlia di forze primeve incomprensibili e indifferenti, quando non ostili agli esseri umani. 
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L’ho trovato veramente profondo e capace di trasmettere sensazioni forti. Complimenti.
Ad ogni modo non sono qui per indagare sui singoli racconti, vi basti sapere che si vaga fra spazi e tempi differenti, ma sempre ben gestiti e gravati da carichi d’angoscia intensi ed emozionanti. Che dire, quando ci si imbatte in una classe così cristallina non si può far altro che levarsi il capello e rendere omaggio. 
Nel mio caso, da artigiano della scrittura, aggiungo anche l’andare ad affilare la punta dei lapis e rimettersi a scrivere nel folle tentativo di poter un giorno raggiungere tali virtuosismi. 
Che state aspettando ancora? Che vi devo dire di più? 
Cliccate su quel dannato link e immergetevi nei mondi di Malasacra, non ve ne pentirete. Io mi appunto il nome Francesco Corigliano sull'agenda, perché questo è un giovane autore da non perdere d'occhio.

Voto 8 

domenica 16 febbraio 2020

Recensione: L'Opificio dei Colori di Stefano Amadei [Rating 10] - recensione a cura di Hagar Lane


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Titolo: L'Opificio dei Colori

Autore: Stefano Amadei

Editore: Pubblicazione Indipendente

Genere: Fiaba, Fantastico

Prezzo: 0,99 Ebook – 5 Euro copertina flessibile

Rating: 10

Recensione:
L’Opificio dei Colori è un romanzo per bambini e ragazzi, scritto e autopubblicato nel 2018 da Stefano Amadei, già autore di RaccontiSvolazzanti: un ebook illustrato comprendente dodici fiabe per bambini, anche tradotto in inglese, francese e spagnolo.
Con L’Opificio dei Colori Stefano Amadei firma il suo primo romanzo, dedicato alla figlia, la piccola Ivana. Il libro, di quasi 150 pagine, è presente in Amazon in formato cartaceo (prezzo: € 5,00) ed ebook (€ 0,99), ma anche in altri store.
La prima cosa che mi ha attratto del libro è stato il titolo, che ho trovato essere bellissimo. La parola “opificio” mi rimandava istintivamente a qualcosa di antico e magico insieme, sebbene l’opificio non sia altro che una fabbrica dove si trasformano delle materie prime per farne dei prodotti finiti. L’Opificio dei Colori mi ha evocato qualcosa di alchemico, dolce, fiabesco e potente insieme, come ogni libro per bambini e ragazzi dovrebbe essere. E lo dico subito: è un romanzo che mi sono goduta dalla prima all’ultima pagina.
Proseguiamo con la descrizione delle prime sensazioni che mi ha suscitato il libro, e poi, addentrandomi nell’analisi del testo, capirete bene perché lo abbia trovato stupendo sotto ogni aspetto. Dopo il titolo sono stata attratta dalla copertina, che mi ha fatto sorridere. È spumeggiante di colori, e ha in primo piano un bel gattone che ti guarda. Ve lo presento subito: nella vita reale è Virgola, ma nella storia si chiama Cameriere, per via dei suoi colori – bianco e nero – e dei simpaticissimi baffetti che si ritrova.
Vi riporto qui di seguito la quarta di copertina del libro:
Cameriere è un bel gattone bianco e nero con un piccolo problema: il suo padrone si chiama Nereo Carbone e progetta di eliminare ogni colore dalla Terra diffondendo la Grigite, vera minaccia per il mondo e per il cuore di tutti gli uomini. Aiutato dal magico pennello di Dorando, fondatore dell’Opificio dei Colori, il nostro amico a quattro zampe si ritrova in un’avventura ricca di colpi di scena all’inseguimento della Coloressenza, unica risorsa in grado di dissolvere la Grigite. Ma sarà solo grazie all’amore che Cameriere troverà in sé la forza di reagire e di donare alla Terra una nuova speranza fatta di splendidi e rinnovati colori.
Entriamo nel vivo della storia, soffermandoci sui significati pedagogici che trasmette questo libro. Nel caso de L’Opificio dei Colori è un aspetto fondamentale da considerare, perché è un romanzo che si rivolge ai giovani lettori.
Il libro è scritto in modo eccellente. La lingua italiana è usata in modo perfetto, sotto ogni aspetto. Faccio solo una segnalazione: vi sono presenti una decina circa di refusi che, se venissero corretti, porterebbe il testo ad una stesura perfetta. Ma basta questo per dire che una storia è scritta in modo impeccabile? Assolutamente no. La scrittura di Amadei è fluida, limpida, in una parola: armoniosa. La fantasia dell’autore è sorprendente, ed esce fuori ad ogni pagina, spingendo il lettore a leggere sempre più. Il linguaggio che usa è semplice e ricercato al tempo stesso, stiamo parlando, cioè, di quella “semplicità” che solo un grandissimo lavoro di ricamo delle parole ad una ad una può generare. Mai una sbavatura, né nella voce narrante né nei dialoghi.
I dialoghi sono così vivi, e le parole cucite così bene sui personaggi, che sono arrivata alla conclusione che, se questo libro giungesse nelle mani giuste, Cameriere starebbe a guardarci tutti dalle vetrine delle librerie, dove per me merita di arrivare quanto prima.
L’originalità della trama, il ritmo, la fantasia, l’eleganza, la dolcezza e la cura che traspaiono in ogni dettaglio del testo fanno de L’Opificio dei Colori uno dei libri per ragazzi e bambini più belli che abbia mai letto. Questo detto da una che ama profondamente la letteratura per giovani, da leggere e da scrivere.
La storia si apre con l’incontro tra due ex amici ed ex soci: Nereo Carbone e Dorando Pastelli. Nereo porge a Dorando degli occhiali da sole prima di entrare con lui in laboratorio, perché la vista dei colori è così abbagliante da danneggiare gli occhi. La storia ci parla, attraverso i colori, della necessità per l’uomo di riconnettersi alla fonte, simbolicamente rappresentata dal Sole. E chi non ricorda cosa succede nel mito della Caverna di Platone all’uomo che, uscito dalla caverna, volge lo sguardo al Sole e vede per la prima volta la realtà per quello che è veramente?
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Si scopre, infatti, quasi subito che si parla di colori per parlare “del tramonto, del rossore tra fidanzati, dei disegni dei bambini”, dice Dorando. Si scopre che senza le emozioni, rappresentate dai colori, si perde la voglia di vivere e non si ha più nulla in cui credere. Quando Nereo riprende la parola, sembra che parli della società di oggi, dove “non desideriamo altro che un pratico grigio NULLA con il quale riempire i propri cuori”, e questo grigiore “sta contagiando gli uomini come un virus”. Nereo accusa gli uomini stessi di ciò che sta avvenendo, perché ciò che vuol realizzare lui non è altro che il volere degli uomini, che “non vogliono più colori sgargianti e sono preda solo della paura di restare soli e in silenzio”. L’autore ci parla, dunque, di un pericolo che solo apparentemente è esterno, ma che in realtà è da noi stesso creato e del quale, successivamente, ne appariamo vittime.
Mi ha sorpreso molto la frase che Amadei fa dire a Nereo con riferimento agli uomini che preferiscono una vita grigia, e cioè questa: “Ho pensato che se ci si trovano talmente bene, perché non dargli ciò che desiderano?” Lo stupore nasce dal fatto che io stessa faccio dire una frase molto simile ed esprimere un concetto identico alla protagonista del mio romanzo, a indicare che ogni cosa che accade, che ci piaccia o no, è frutto dei nostri desideri. Noi, cioè, siamo i creatori di tutto. Ecco che il tema che tratta Amadei è decisamente profondo e attuale: Cosa sta causando l’uomo a se stesso e al mondo intero? È proprio come se stesse sbiadendo.
Altra simbologia potentissima si incontra dopo poche pagine, quando l’autore contrappone al BUIO TOTALE, fine di tutto, il Viola, e non a caso, dico io. Il viola, infatti, è il colore del settimo chakra, che completa il percorso evolutivo dell’uomo in termini di coscienza. È il colore dello spirito, della nostra essenza umana e divina insieme. Nel viola l’essere umano scopre la propria identità e completezza, frutto dell’unione armonica fra il rosso (materialità ed energia, propriamente maschili) e il blu (spiritualità, ed interiorità, propriamente femminili). Il viola è dunque il simbolo dell’androgino, dell’unione di yin e di yang, degli opposti, della pace divina. Jung lo definì “colore metafisico”, e quindi è il colore perfetto da contrapporre al Buio Totale.
Ma introduciamo subito il gattone, Cameriere, che appare in scena immediatamente, assieme a Nereo e Dorando. Noi umani siamo esseri animali e spirituali insieme, ma ci stiamo così allontanando (leggi: distruggendo) dal mondo animale da aver perso la nostra dimensione spirituale. Paul MacLean ha creato la teoria dei tre cervelli, che è stata ormai ampiamente condivisa in ambito scientifico. Il cervello umano, cioè, si compone di tre parti: il cervello Rettiliano (tronco dell'encefalo), il cervello Mammifero (sistema limbico) e la Coscienza (neocorteccia). Con i cani e i gatti condividiamo il cervello Mammifero, che è l'evoluzione della parte rettiliana. Ed è in quel cervello che hanno sede i sentimenti e le emozioni, quelle che ci permettono di prenderci cura di altri diversi da noi. I mammiferi sono, non a caso, gli unici animali che si prendono cura della prole, che si proteggono nel branco con la vicinanza, etc. Questo cervello è la nostra parte più calda, umana, ci permette di emozionarci dinanzi a ciò che accade, è la nostra parte bambina, in una parola è IL CUORE. Con questo cervello si è sviluppato il senso di attaccamento, il legame affettivo-emotivo e la coesione sociale. Ecco che Cameriere è sì un bel gattone, ma rappresenta anche e soprattutto questa parte di noi che abbiamo da troppo tempo dimenticato. Solo se l’uomo saprà recuperare il suo legame intimo e amorevole con gli animali potrà sperare di riconnettersi alla Fonte, e cioè a quel qualcosa di universale che ci vuole esseri felici e contenti e non tutti infermi, malati di Grigite.
L’amore incondizionato, che gli animali ci insegnano come maestri di saggezza, è la risposta a tutto quanto l’uomo sta facendo di male, a se stesso e all’ambiente. Si scoprirà in questa storia come l’amore sia davvero l’arma più potente che esiste, capace di vincere qualsiasi brutalità umana, e questo è vero nelle favole come nella vita reale. Le parole d’ordine per vincere sono due a ben vedere: Amore e Perdono. Trovo perfetti i colori di Cameriere, bianco e nero, perché simboleggiano l’unione armonica degli opposti. In noi umani l’Ego ci forza a vivere continuamente nella dualità, bianco-nero, ed è questa la causa di tutte le nostre infelicità.
Straordinario è un altro aspetto del romanzo, e cioè il fatto che l’autore non marchi come “mostro” Nereo, tutt’altro. Nereo, infatti, nel fondo è buono quanto Dorando e quanto me e te, tant’è che si scoprirà quanto profondamente amasse Cameriere. La nostra natura più profonda è fatta solo di luce e amore puro, esattamente come la Fonte dalla quale veniamo e alla quale ritorneremo. Nereo è semplicemente rimasto ipnotizzato da uno specchio magico, che per me simboleggia l’Ego che ciascuno di noi possiede. Se tale Ego non viene controllato e ridimensionato, può prendere in mano le redini della nostra vita e farci agire come burattini inconsapevoli, capaci di compiere i peggiori atti, verso noi stessi e verso gli altri.
Della Fonte ci parla espressamente l’autore quando dice: “Entrambi sapevano che quello che serviva alla Terra era ciò che si chiamava ‘una ricarica’. Saltuariamente, infatti, i colori del mondo dovevano attingere direttamente alla loro fonte per rigenerarsi, ricostituirsi, ricaricarsi”.
E questo avveniva, dice ancora l’autore: “mediante la Matita di Dio: l’Aurora Boreale”.
L’avventura di Harry Potter, ricordate tutti, comincia al binario 9 e ¾: un numero che ha un profondo significato nell’antica Kabbalah della quale la Rowling è grande studiosa. Ebbene, anche il viaggio dei protagonisti della nostra storia parte da un binario molto particolare: il binario n.7.
Il numero Sette è il simbolo per eccellenza della ricerca mistica, del viaggio alla scoperta delle parti più intrinseche dell’esistenza umana, per comprenderne il significato più profondo. Sette sono i colori che compongono l’arcobaleno, i giorni della settimana, le note musicali, i passi del Buddha, i Chakra, e questo solo per fare alcuni esempi per far capire l’importanza simbolica di quel numero.
A metà storia incontriamo Valchiria, una maestosa gatta norvegese. Che nome straordinario ha scelto l’autore per quest’altra gattona! Quando uno scrittore scrive col cuore l’inconscio arricchisce la storia di simbologia che la mente, da sola, non saprebbe mai usare tanto abilmente. Ecco che “Cameriere” è il protagonista “eroe-servitore” che va in battaglia (ho detto servitore e non servo, perché il termine “servitore” ha un’accezione nobile, al contrario di “servo”), mentre “Valchiria” è la potenza divina che lo assiste in battaglia. Ricordiamo che le Valchirie sono le protettrici degli eroi in battaglia, figlie adottive di Odino e spose spirituali degli eroi che condurranno nel Valhalla. Seguendo le gesta eroiche di Valchiria si capisce come il nome che l’autore ha scelto per questa gatta norvegese non sia affatto casuale, ma intriso anch’esso di significato.
Delicata, gioiosa ed emozionante è la scrittura, che lascia andare una fantasia solo per farcene subito afferrare un’altra, creando una storia che si vede mentre la si legge. Si vede benissimo Nereo in groppa all’orso bruno, poi volare col suo ombrello e, ancora, cavalcare un leone marino. Si vedono le pigne trasformarsi in ruote di slitta e gli aghi di pino in briglie di cuoio, solo per citare alcune delle magie alle quali si assiste ne L’Opificio dei Colori. Fantasiosa e pregiata la descrizione di come nascano i colori e si diffondano nel mondo, e altrettanto magico è il racconto di come anche i colori, dopo un po’, debbano tornare alla fonte.
Impeccabile il punto della storia in cui l’autore parla di come ci ammaliamo quando perdiamo i colori, e cioè la capacità di emozionarci e la gioia di vivere. Dice che la Grigite si manifesta prima di tutto nel corpo, ed è vero. È stato ampiamente dimostrato dalle psicoscienze che il nostro inconscio parla direttamente attraverso il corpo e il corpo parla a sua volta all’inconscio.
Mancano solo dei personaggi da citare: i poliziotti. In questa storia, eccezion fatta per Peter, non fanno una bella figura le forze dell’ordine, né in quanto a intelligenza né per sensibilità umana. Come mai l’autore ci mostra dei poliziotti imbranati e con un livello di intelligenza emotiva decisamente basso? Non perché le forze dell’ordine siano così in generale, ma perché, cosa importantissima, lo scrittore utilizza lo stratagemma della “divisa” per mostrare quella parte fredda, razionale, vincolata alle norme e schiava dell’immagine sociale che risiede in tutti noi e che si oppone al cambiamento, che ostacola la riuscita dell’impresa. Stiamo parlando di un nostro nemico interno, cioè, quello che in psicologia si chiama Super-Io, il quale è perfettamente simboleggiato nelle storie da uno o più personaggi in divisa.
Ecco che leggiamo di Dorando che pensa tra sé e sé: “Poliziotto dei miei stivali. Cosa diamine gli è venuto in mente di ammanettarmi? Coi miei colori sarebbe stato facile liberarmi, ma così è molto più complicato”. Bellissimo! L’autore ci mostra perfettamente le parti di noi che escono fuori quando c’è in atto un radicale cambio di vita, perché tutti i personaggi sono, come sempre accade nelle narrazioni, parti della stessa persona. Una di queste parti è rappresentata dall’uomo in divisa – l’equivalente del Grillo Parlante in Pinocchio – e cioè dal giudice interno che dobbiamo mettere a tacere per tornare a colorare le nostre vite e guarire dalla Grigite.
La Grigite, spiega l’autore, è quella malattia che annulla la volontà, la voglia di fare, ma anche le differenze fra noi umani, che sono ciò che fa di noi dei soggetti unici al mondo. Quando il giudice interno viene messo a tacere? Quando vediamo che inizia a remare dalla nostra parte. Nella storia non vediamo i poliziotti sempre contro Dorando, infatti, incapaci di capire cosa stesse succedendo davvero, perché ad un certo punto c’è una svolta e un poliziotto tenta di sconfiggere da solo il Globo Nero, lanciandosi coraggiosamente contro di esso.
L’ultima nota la riservo ai Cromani, perché se la meritano tutta, mentre mi chiedo quanto certe perle siano frutto di studi e conoscenze pregresse dell’autore e quante, come io ritengo, siano invece sgorgate spontaneamente dal suo cuore mentre scriveva, da quell’inconscio onnisciente al quale attinge lo scrittore quando è deciso a creare una storia che lasci il segno.
Ebbene, la descrizione dei Cromani nella formazione a quadrati saldamente uniti fra loro rimanda al concetto di Matrix Divina, o Inconscio Collettivo che dir si voglia, di cui tanto si parla oggi. Questo è potentissimo, spiegano i fisici quantistici e gli psicologi junghiani insieme, e prima di loro le antichissime tradizioni sapienziali, e così giustamente appare ne L’Opificio dei Colori: una formazione perfettamente in grado di respingere il getto nero e che resisteva perfettamente ai venti di Giove.
Azzeccatissimo il finale, stupendo, sia con riferimento allo specchio, che a Valchiria, Cameriere e Nereo. Che dire? È la prima volta in vita mia che scrivo una recensione ad un romanzo che in numero si traduce in 10 e lode. Con gioia lo recensirò con poche parole ma 5 stelle meritatissime anche in Amazon, perché trovo che sia una favola-romanzo meravigliosa e dal grande valore pedagogico.

mercoledì 12 febbraio 2020

Recensione: Spettri di frontiera di Ambrose Bierce



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SINOSSI:
Ambrose Bierce scrisse numerosi racconti dell'orrore e del soprannaturale, generi che riflettevano il suo profondo tormento interiore. 
Questa raccolta contiene molte tra le sue più suggestive storie di fantasmi e di case infestate: morbose, ciniche, inquietanti, capaci di trascinare il lettore nelle regioni crepuscolari dello spirito e nei più oscuri recessi della mente. 
Opere cariche di terrore ma, al contempo, pervase di tetra ironia, con echi di Poe, del romanzo gotico e dei racconti romantici, dotate dell'impronta inconfondibile di un autore che ha conosciuto di persona gli spettri che da sempre tormentano l'umanità. 
I personaggi di Bierce - poeti posseduti, vili aristocratici, professionisti abbietti, corpi rianimati, malfattori perseguitati - vivono in un mondo misero e perverso. 
Che si tratti di omicidi, vendette dall'oltretomba, sparizioni inspiegabili, dimore infestate o anime inquiete, le storie di Bierce rappresentano uno dei migliori esempi di narrativa soprannaturale di tutti i tempi e hanno ispirato autori come Robert W. Chambers e H.P. Lovecraft.


RECENSIONE:
Oggi ci dedichiamo ad un lavoro della Adiaphora Edizioni, Spettri di frontiera di Ambrose Bierce.
Inizio subito col dire che l’operato di questa casa editrice di Verona ci ha convinto sin dal primo testo che abbiamo avuto per le mani, per poi confermarsi di volta in volta. 

La collana dedicata alla riscoperta dei grandi classici della letteratura gotica, arricchiti dal testo originale, è veramente ben fatta e offre l’opportunità di ridare slancio a opere difficili da recuperare sul mercato italiano, grazie alle traduzioni di Matteo Zapparelli Olivetti. Editing e cura del prodotto libro sono ai massimi livelli, comprese le cover di collana che trovo molto azzeccate. 
Dopo questa doverosa premessa, ci piace un sacco vedere come fanno passi avanti le piccole realtà di qualità nell’editoria, passiamo all’opera di Ambrose Bierce. Si tratta di un’antologia di racconti, alcuni dei quali brevissimi, incentrati per lo più sul soprannaturale e sul tema delle case infestate. 
Preciso subito di avere grossi limiti quando affronto racconti brevi. Amo decisamente di più concedere alle storie la possibilità di ritagliarsi i suoi spazi e non vederle ridotte a poche battute, seppur folgoranti nella loro efficacia. 
Per questa mia predisposizione, ammetto candidamente che molti dei raccontini di Bierce non mi abbiano trasmesso molto. Certo, sicuramente ben scritti e congegnati, non sono tuttavia riusciti a prendermi, anche perché erano già finiti ancor prima di poter entrarci in sintonia. 
Molto meglio invece quelli più corposi, dove la costruzione letteraria del Bierce, sempre supportata da una prosa elegante e dalle atmosfere aristocratiche e importanti, è riuscita a dispiegarsi in tutta la sua potenza, riuscendo a coinvolgermi e a regalarmi le promesse incursioni “nelle regioni crepuscolari dello spirito e nei più oscuri recessi della mente”.
Indubbiamente si tratta di un autore capace di far scuola, innovativo per il suo tempo e “formativo” per chiunque ami il genere e voglia approfondirne le origini. 
Una raccolta di racconti gotici che mi sento di consigliarvi, a patto che non nutriate la mia stessa innata antipatia per la brevità dei racconti.   


domenica 9 febbraio 2020

Recensione: Il leopardo silenzioso di Mita Fumagatti [Rating 6] - recensione a cura di Fantom Caligo


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Titolo: Il leopardo silenzioso: le indagini della criminologa dr.ssa Macciò

Autore: Mita Fumagatti

Editore: Pubblicazione Indipendente

Genere: Giallo

Prezzo: 2,99 Ebook – 12,29 copertina flessibile

Rating: 6

Sinossi: 
Non accettava di dover sempre prendere le distanze fino a scomparire. Ma era quello che faceva quando non veniva presa sul serio dal momento che, su certe cose, lei era serissima. Entrava in punta di piedi e se ne usciva sempre con lo stesso passo silenzioso 
La dottoressa Marilena Macciò, introversa psicologa quarantenne (“e con un master in criminologia che non le era servito a nulla, come tanti altri titoli appesi al muro”) vive, solitaria e indolente, col suo inseparabile compagno canino, Roy, in una placida città ligure. Sta attraversando un periodo di crisi specialmente sul piano lavorativo ed economico che la rende stanca e forse depressa. 
“Forse” perché non accetta di venire etichettata senza poter spiegare la complessità di ciò che sente dentro. Viene però risvegliata dal suo torpore dall'inflessibile e granitico procuratore Riccardo Castori che la contatta per una consulenza su un misterioso ed insolito omicidio. La tranquilla cittadina sta per essere sconvolta dalle imprese di un feroce serial killer? 
L'assassinio di un diciottenne, fragile ed isolato, la condurrà ad inoltrarsi tra le insidie del mondo virtuale dove chiunque può crearsi una doppia vita, dimenticando la differenza tra realtà e finzione, ed entrare a far parte di comunità per intrattenere relazioni pericolose. 
Per indagare in questo mondo parallelo dovrà trasformare sé stessa in qualcosa di inaspettato. Chi è l'assassino? Chi è veramente Marilena?

Recensione:
Come moriremo in questo giallo? Mita Fumagatti riesce ad inventarsi una setta dove gli adepti devono scoprire il loro vero Physis, ossia l’animale che li rappresenta. 
Fin qui, niente male, se non che la dott.ssa Marilena Macciò non comincia a notare dei collegamenti tra la morte di un ragazzo e questa setta.
Il romanzo è raccontato principalmente dal punto di vista di Marilena. Saremo attaccati a lei in questo giallo. Ci sono numerosi colpi di scena ed anche un bel numero di personaggi che però l’autrice non delinea benissimo. Lo stile di scrittura è semplice e diretto, quindi il libro si sfoglia bene.
Esistono però alcuni punti migliorabili. Ad esempio, ci sono un po’ troppi refusi e ciò non piace ad alcuni lettori. Troviamo inoltre pochi dialoghi. Siamo sempre nei pensieri di Marilena, nelle sue congetture, e ogni tanto ho sentito con forza l’esigenza di una bella chiacchierata con qualche personaggio. Non che non ce ne siano, ma sono molto rade. Alcune scene sono un po’ confuse e vanno lette due volte.
Il punto cruciale però per me rimane l’eccesso del “raccontato” sul “mostrato”. Spesso le emozioni dei personaggi vengono spiegate e non fatte vivere, togliendo così quel senso di mistero che in un giallo è fondamentale. Inoltre, il fatto di sapere per filo e per segno le emozioni dei personaggi, li snatura, facendoli sembrare meno realistici. 
Tutto sommato il Leopardo Solitario rimane una lettura godibile. 
L’intreccio della storia è sicuramente la parte più interessante del libro, dove pian piano si scopre che la setta ha delle ramificazioni con…
Il voto finale al romanzo è 6. Pesa il poco rispetto del principio del show don’t tell che in un romanzo giallo è fondamentale.

giovedì 6 febbraio 2020

Disfida nr. 111: Malasacra di Francesco Corigliano VS H. P. Lovecraft


miti di cthuluh


Titolo opera: Malasacra



Formato: Ebook e cartaceo

Genere: antologia weird

Prezzo: 3,99/15 euro

lovecraft e machen
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Sinossi: 

Dieci racconti (più un racconto/saggio) che ruotano attorno ai temi del soprannaturale e dell'indescrivibile.
Le ambientazioni spaziano dalla taiga russa alle coste dell'oceano Atlantico, da ville abbandonate in Sicilia a oscure città calabresi. 


Note/commenti/finalità dell'Autore: 

Mi interesso di letteratura del soprannaturale dall'università, e lo scorso anno ho concluso un dottorato totalmente incentrato sulla lettertaura weird.
In questa antologia sono presenti alcuni racconti con cui ho partecipato a concorsi dedicati, perlopiù diverse edizioni del premio Hypnos (con qualcuno sono arrivato in finale).
La raccolta contiene testi scritti in momenti diversi, alcuni risalenti anche a 4-5 anni fa, altri più recenti.

BIG da sfidare:



Le influenze principali sono senz'altro Lovecraft, Machen e Blackwood. 
In un caso ho tentato di rifarmi a Ligotti.

Cthulhu. I racconti del mito