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venerdì 27 dicembre 2019

Recensione: Wendigo di Algernon Blackwood


wendigo
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SINOSSI:
Nelle regioni selvagge dell'Ontario nordoccidentale, il giovane studente di teologia Simpson e lo zio, il dottor Cathcart, sono impegnati in una battuta di caccia all'alce in compagnia di Hank e del franco-canadese Joseph Défago, loro guide. La spedizione si divide in due gruppi: Cathcart procede al fianco di Hank, mentre Défago conduce Simpson a bordo di una canoa nell'esplorazione di un vasto territorio inviolato. Appena accampatisi, Défago è allarmato da uno strano e spaventoso odore portato dal vento e, nel pieno della notte, i suoi lamenti svegliano Simpson: la guida è rannicchiata tra le coperte in preda all'angosciante terrore di una presenza in agguato nella foresta. Défago fugge nelle tenebre, costringendo Simpson a un inseguimento tra oscuri alberi e sentieri impervi. Seguendo le tracce sulla neve per miglia, il giovane nota che altre orme si sono aggiunte a quelle di Défago: più grandi, inquietanti, e non sembrano appartenere a un essere umano... In quelle foreste glaciali una blasfema creatura ha dato inizio a una caccia spietata. Edizione con testo originale a fronte di una delle opere più affascinanti di Algernon Blackwood.


RECENSIONE:
Un grande classico, certo, ma dal quale mi sarei atteso qualcosa di più. Si tratta di un racconto lungo, anche questo è vero, però pensavo avesse da offrire di meglio e lo dico pur contestualizzando l’opera scritta nei primi del ‘900. Parere personale intendiamoci. 
Diciamo che ho gradito molto di più l’idea che sta dietro al racconto, che la realizzazione della stessa. 
Il wendigo, l’impersonificazione della forza brutale e inconoscibile della natura, è a dir poco una figura capace di conquistare. Ineffabile e spaventevole si aggira nel folto della foresta senza mai mostrarsi al guppo degli esploratori, lasciando che siano solo i sensi molti sviluppati della guida indiana a lambirne la presenza. 
Le caratteristiche attribuite a questo archetipo delle paure ataviche di chi si trova al cospetto della natura selvaggia, sono quelle classiche delle tradizioni dei nativi, ai quali Blackwood si mantiene fedele, imbastendo un racconto lienare, privo di particolari colpi di scena. Ciò che non ho trovato è l’abilità dei sui compari H.P. Lovecraft, Robert W. Chambers o Arthur Machen di evocare quell’orrore cosmico capace di mettere i brividi all’anima del lettore, più che alla mera paura fisica. Ad ogni modo stiamo parlando di autori immensi, quindi non vorrei mi fraintensete. Wendigo rimane un bel racconto, ma a mio parere, non all’altezza dei nomi illustri di pocanzi. 
La follia che coglie i nostri eroi si rifà a qualcosa di terreno, che lascia tracce concrete, qualcosa di pericoloso, certo, ma non capace di portare la rovina per il genere umano, qualcosa che rimane confinato al fitto della boscaglia e il cui terrore non pare avere la forza per scardinare la mente del lettore. Paradossalmente ho trovato molto più affascinante la prefazione, nella quale Matteo Zapparelli Olivetti, di Adiaphora Edizioni, ripercorre la vita dell’autore. Decisamente Blackwood ha avuto un’esistenza gagliarda, degna di un racconto d’avventura coi fiocchi. 
Libro molto ben curato, con il testo inglese a fronte, la prefazione di cui ho già parlato e una postfazione tratta da “L’orrore soprannaturale in letteratura” a cura di H.P. Lovecraft molto godibile.
Personalmente posso dire che cercherò qualche altro testo di Blackwood, perché sarebbe ingiusto non concedergli un’altra occasione per conquistarmi appieno.

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